Oggi sembra ovvio: la Sardegna è una destinazione turistica di prima grandezza, riconosciuta a livello internazionale. Eppure, fino a sessant’anni fa, la sua fama fuori dell’Italia era limitatissima. La storia di come si è costruito il turismo sardo è un pezzo affascinante di storia culturale ed economica italiana del secondo Novecento.
La Sardegna prima del turismo
Fino alla metà del Novecento, la Sardegna era considerata una terra arretrata e malarica. La malaria era endemica nelle pianure costiere fino al secondo dopoguerra, quando una gigantesca campagna di disinfestazione — supportata dalla Fondazione Rockefeller — la debellò definitivamente. Prima di allora, le coste erano disabitate: le popolazioni vivevano nell’entroterra.
Le prime attività turistiche strutturate nacquero a fine Ottocento solo nelle città principali (Cagliari, Sassari) e in poche località termali. Erano destinate a una ristretta borghesia italiana.
Il salto degli anni Sessanta
Due eventi accelerarono la trasformazione:
- 1962: il principe Karim Aga Khan, insieme a investitori britannici e italiani, acquistò ampi tratti della costa nord-orientale e fondò la Costa Smeralda. Fu il primo esempio di turismo di altissima gamma costruito intorno a un’idea architettonica coerente (stile mediterraneo) e a una logica di esclusività.
- 1963-1968: completamento delle principali strade litoranee, inaugurazione dell’aeroporto di Olbia, miglioramento dei collegamenti marittimi.
Gli anni Settanta e l’arrivo degli artisti
Negli anni Settanta la Sardegna divenne punto di riferimento per artisti, intellettuali, creativi italiani ed europei. Fabrizio De André si trasferì nel 1975 all’Agnata di Tempio Pausania, in Gallura, dove visse fino alla morte. Il suo legame con la Sardegna — culturale, identitario, profondo — influenzò una generazione.
Anche altri artisti vissero per periodi in Sardegna: da Maria Callas a Grace Jones, da vari pittori a scrittori. L’isola divenne uno dei pochi luoghi europei ancora capaci di offrire silenzio e bellezza non compromesse.
Gli anni Ottanta e Novanta: il boom
Con l’espansione del turismo di massa, la Sardegna divenne meta popolare anche per la classe media italiana ed europea:
- Il Nord-Est (Gallura, Olbia) attirò i flussi internazionali di alta gamma.
- Il Nord-Ovest (Alghero, Stintino) divenne meta di massa italiana.
- Il Sud-Ovest e il Sud-Est svilupparono un turismo più lento, più legato alla natura, con offerta di qualità ma meno glamour.
- L’interno rimase in gran parte “scoperto” dai flussi turistici, mantenendo un carattere autentico.
Villasimius e il sud-est
Villasimius era, fino agli anni Sessanta, un piccolo centro agricolo senza particolare vocazione turistica. Il suo sviluppo come meta di mare è iniziato lentamente dagli anni Settanta, con un’accelerazione negli anni Ottanta-Novanta. La zona ha mantenuto un profilo meno “smeraldino” e più familiare, con un turismo internazionale (soprattutto tedesco e francese) affezionato alla qualità delle acque e ai servizi misurati.
Oggi: una maturità ritrovata
Negli ultimi dieci anni la Sardegna ha vissuto una fase interessante: meno “apertura al massimo”, più consolidamento della qualità. Aree marine protette, tutela ambientale, valorizzazione dell’entroterra, turismo esperienziale. L’Aga Khan ha lasciato la gestione della Costa Smeralda, ma la sua idea originaria — sviluppo rispettoso del paesaggio — è diventata patrimonio generale.
Il Cormoran, un capitolo di questa storia
Il Cormoran Resort Villasimius si inserisce in questa traiettoria. Non il turismo di massa degli anni Ottanta, non il glamour ostentato della Costa Smeralda: un’ospitalità di qualità, radicata nel territorio, fatta per una clientela che cerca l’autenticità e la bellezza senza rinunciare al comfort. Un modello di turismo che la Sardegna ha impiegato cinquant’anni a mettere a fuoco, e che oggi è una delle cose migliori che l’isola sa offrire.
Cormoran Resort Villasimius
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